CONDIVIDERE LE INFORMAZIONI IN AZIENDA

 Ci sono imprenditori tuttora convinti che “meno i collaboratori sanno e meglio è”. È il retaggio culturale di un passato nemmeno troppo lontano, in cui nella classe padronale era diffusa l’idea che il controllo delle persone si eserciti meglio mantenendole nell’ignoranza.
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Le ragioni addotte per giustificare questa sorta di strategia del silenzio sono le più disparate: non prestare il fianco a critiche o ingerenze sgomberando il campo da elementi che potrebbero alimentarle, oppure ancora non creare esagerate aspettative di aumenti salariali quando le cose vanno bene o eccessivi allarmismi quando le cose vanno male. C’è perfino chi in buona ritiene che una linea di riservatezza corrisponda agli interessi dell’azienda.
Ciò di cui non ci si rende conto è che comportandosi così si lascia spazio a supposizioni, voci, illazioni – quelle sì assolutamente fuori controllo – e talvolta addirittura a maldicenze, dando corda soprattutto ai cosiddetti “scollaboratori”: ci sarà sempre qualcuno in azienda pronto a riferire, in modo parziale o distorto, qualcosa che ha orecchiato, ha sbirciato o semplicemente ha immaginato. Quando in un’azienda esistono troppe cose che nessuno deve sapere, su cui nessuno deve mettere becco e in cui nessuno deve immischiarsi, il risultato è una disaffezione generale e a soffrirne saranno produttività e profitti.

 

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